Rugby dal Campo all’Azienda. Oltre il semplice fare squadra

Dai diretti protagonisti del Rugby idee e strumenti pratici per una moderna ed efficace gestione aziendale

WORKSHOP “RUGBY – DAL CAMPO ALL’AZIENDA. OLTRE IL SEMPLICE FARE SQUADRA” Caltanissetta, Villa Barile, giovedì 4 marzo 2010

Pubblicato da riccardopaterni su marzo 14, 2010

Pucciariello, Capitano San Gregorio Rugby CT

I principi del rugby applicati alle strategie di management dell’impresa per una valorizzazione del capitale umano e un reale sviluppo delle organizzazioni. Questo in sintesi lo spunto di partenza di un interessante workshop tenutosi nei giorni scorsi nel centro culturale di Villa Barile nel capoluogo. La giornata di lavoro ha visto la partecipazione di numerosi manager e dirigenti di azienda, di molti giovani imprenditori e dei giocatori e dirigenti del Rugby San Gregorio di Catania. Il workshop è stato realizzato da AM Management, Studio di Direzione Aziendale di Alida Marchese, con gli interventi di Riccardo Paterni, co-autore del libro “Rugby: dal campo all’azienda, oltre il semplice fare squadra”, Alberto Sozzi, presidente regionale dell’AIF, Associazione Italiana Formatori, Gaetana Gagliano, esperta in formazione esperienziale e OMT trainer, Angelo Colaimma, dirigente della società di Rugby di serie A, San Gregorio Catania e la stessa Alida Marchese, project manager e moderatrice del dibattito. Quest’ultimo si è concluso con una esercitazione pratica che ha coinvolto manager e giocatori del San Gregorio di rugby, per dimostrare in cosa consiste la formazione esperienziale.

La trainer Gaetana Gagliano ha spiegato alcune tecniche di formazione esperienziale. In alcuni casi si tratta di corsi di formazione sul campo, che durano anche 14 ore al giorno, in cui i partecipanti sono chiamati anche a prove fisiche impegnative, come la costruzione di una zattera e l’attraversamento di un lago a bordo di essa, dando e ricevendo alla fine un feedback. “Perchè ci sia apprendimento – ha spiegato la Gagliano – è necessario che ci sia una lunga riflessione su quella che è stata l’esperienza. Senza riflessione non c’è apprendimento. Nella formazione esperienziale, l’apprendimento avviene tramite il feedback. Dare e ricevere feedback. E’ fondamentale, la prima cosa che in un’attività formativa di tipo esperienziale un partecipante impara è proprio quella di dare e ricevere feedback”.

Riccardo Paterni, fondatore della rivista “SaperePerFare.it” e co-autore del libro, ha spiegato l’origine dell’idea di accostare il rugby, con le sue regole e principi, all’azienda con le sue strategie. “Spesso non viene valorizzata la diversità culturale nelle aziende – afferma Paterni – che si chiudono in se stesse e non riescono a far fruttare al meglio risorse che già hanno al loro interno”. Soprattutto in tempi di crisi, secondo Paterni “il management e la proprietà non si aprono a idee nuove provenienti dall’interno dell’azienda, e l’attività del management si concentra troppo sul controllo dei dipendenti”. “In questo – prosegue l’autore del volume – il rugby da importanti spunti perchè nel rugby non ci sono prime donne ma tutti devono partecipare al successo dell’impresa, bisogna portare le persone ad essere indipendenti e quindi professionisti nel proprio lavoro. Dal lavoro più umile al dirigente”. “Ci sono –conclude Riccardo Paterni- aziende in Sicilia che attuano una politica di gestione accorta del know how aziendale e riescono ad avere successo, acquistare commesse e acquisire una identità aziendale”.

A metà mattinata è stato il turno di Angelo Colaiemma, dirigente del San Gregorio Catania di rugby che attualmente milita al primo posto in classifica in serie A. “Nel rugby – spiega il dirigente ed ex giocatore della nazionale – la lealtà è l’elemento principale di questo sport e il rispetto delle regole. Da qui deriva la nobiltà del rugby. Negli 80 minuti, il gioco può anche essere duro, ma alla fine della partita c’è il cosiddetto terzo tempo che riguarda tutti, compagni avversari, arbitri e anche sostenitori”. Le analogie con il rugby riguardano anche la capacità di autonomia e interdipendenza dei giocatori, caratteristiche vincenti anche in azienda, la condivisione degli obiettivi e l’adattabilità a situazioni nuove o impreviste.

“Certo il tema è un po avanti rispetto allo sviluppo culturale medio del territorio”, afferma Alida Marchese di AM Management che ha organizzato l’evento. “Credo che per promuovere lo sviluppo economico e sociale – prosegue – bisogna passare attraverso lo sviluppo culturale, e questo vale in tutte le organizzazioni, non soltanto nell’impresa. Mi piace fare cose in cui credo e che mi danno entusiasmo e stiamo operando in un certo senso da pionieri, promuovendo sinergie e relazioni con colleghi del Nord e favorendo una sorta di osmosi e di trasferimento di know-how. Credo anche che se le giovani generazioni trovano il coraggio di assumersi delle responsabilità anche nelle piccole organizzazioni e nella quotidianità, in prima persona, finalmente forse tra vent’anni riusciremo ad avere una terra migliore”.

di Alida Maria Marchese   (articolo precedentemente pubblicato su SaperePerFare.it )

Rassegna stampa: www.sapereperfare.it/fileallegati/RASSEGNAstampa4e5%20MARZO2010.pdf

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Il Film INVICTUS. His people needed a leader, he gave them a champion Il suo popolo aveva bisogno di un leader, lui gli ha dato un campione

Pubblicato da riccardopaterni su dicembre 18, 2009

Questo film è tratto dal libro “Playing the enemy. Nelson Mandela and the Game that made a nation” di John Carlin (di recente in libreria in italiano con il titolo “Ama il tuo nemico. Nelson Mandela e la partita di rugby che ha fatto nascere una nazione” edizioni Sperlinkg & Kupfer) e ne cattura l’essenza grazie alle interpretazioni magistrali di Morgan Freeman (Nelson Madela); Matt Demon (Francois Pienaar, capitano della squadra di rugby del Sud Africa nel 1995) e grazie ad una regia ispirata di Clint Eastwood (tutti e tre sono appena stati nominati al 2010 Golden Globe Awards nei rispettivi ruoli). Il film è appena uscito negli USA e uscirà il prossimo 10 febbraio in Italia. La presentazione del film è disponibile a questo link http:/invictusmovie.warnerbros.com/ e la preview originale a questo http://invictusmovie.warnerbros.com/#/Videos .

Il libro (scritto da un giornalista dell’inglese Guardian che ha vissuto in maniera diretta le vicende) e il film descrivono come si è costruito il contesto riguardante fatti avvenuti fra il 1994 e 1995 in Sud Africa, all’epoca della scarcerazione, dopo 27 anni di prigionia, di Mandela (come prigioniero politico contro l’apartheid), la sua elezione a Presidente nel 1994 e l’evento della vittoria alla Coppa del Mondo di Rugby del 1995, fondamentale a livello simbolico per dare vita ad un vero sentimento di unità nazionale.

Politica e visione nello spirito del rugby…

Una volta Presidente, Mandela doveva scegliere come riuscire a portare un vero sentimento di unità nazionale mettendo da parte rancori e dando l’esempio a tutti di come fosse possibile ‘amare il proprio nemico’ allo scopo di creare un futuro migliore per tutti. In tutte queste dinamiche il rugby si è mostrato un fattore chiave sia in relazione agli eventi storici che allo spirito stesso del gioco.

Innanzi tutto l’apartheid aveva comportato l’isolamento del Sud Africa da qualsiasi evento sportivo internazionale e questo pesava moltissimo soprattutto sui bianchi sudafricani amanti dello sport e orgogliosi della tradizione della loro nazionale. Non sono in pochi a sostenere che una forte motivazione al procedere con il termine dell’apartheid sia stata legata anche alla volontà di far tornare la nazionale di rugby nel circolo internazionale.

Giocare con non giocare contro

Mandela ha saputo trarre uno spunto visionario da tutto questo mostrando la ferma volontà non solo di non cambiare le tradizionali divise verde e oro della squadra (da sempre un emblema dei bianchi) ma anche da indossarne una e salutare il capitano bianco della nazionale vittoriosa al centro del campo proprio in occasione della finale della Coppa del Mondo di Rugby del 1995.

Mandela già aveva mostrato in altri suoi gesti ed atteggiamenti questa ferma volontà di rispettare, non prestare rancori e dare fiducia ai suoi ‘precedenti nemici’ (mantenendo ad esempio una squadra di guardie del corpo costituita soprattutto da bianchi) ma fu appunto questo suo gesto nel corso della Coppa del Mondo a rappresentare concretamente una ferma volontà all’unità nazionale e al creare una nazione.

Del resto lo spirito del ‘giocare con, non giocare contro’ rispecchia da sempre uno dei valori essenziali del rugby: in campo il gioco si fa duro, seppur sempre avendo come chiaro riferimento il rispetto delle regole, poi il terzo tempo fatto di condivisione e senso di comunità emerge come parte integrante del gioco stesso.

Spunti per la vita di tutti i giorni e quella in azienda…

Mandela con la sua presenza in campo indossando la maglietta simbolo delle glorie sportive dei bianchi ha indubbiamente fatto una fondamentale scelta volta al creare un nuovo inizio (un inizio comune) nelle relazioni fra neri e bianchi, relazioni non più basate sulla prevaricazione ma bensì sul rispetto di aspetti a cui ciascuno associa significati importanti per la propria esistenza.
Troppo spesso ci troviamo nel nostro quotidiano a divenire schiavi di rancori alimentati da stereotipi e incomprensioni. Troppo spesso riscontriamo nelle nostre aziende che non riusciamo ad incrementare la qualità della nostra esperienza lavorativa (la produttività è conseguenza di questo) perché abbiamo barriere di comunicazione e di scambio con altre persone e altri colleghi che a volte finiamo per percepire come ‘nemici’ perché hanno obiettivi e motivazioni in contrasto con le nostre.
Tutto questo crea circoli viziosi che si autoalimentano e che non portano mai a quel senso di unità, di progettualità comune che ci consente di dare veramente il meglio di noi stessi come individui e come gruppi di lavoro.

Dovremmo allora iniziare a pensare: in cosa possiamo trovare quell’oggetto, quel gesto, che rappresenti la maglietta verde ed oro indossata da Mandela? Si tratta di una domanda molto complessa, assolutamente non banale, una domanda che richiede molta forza e coraggio; una domanda a cui il procrastinare al rispondere sicuramente non aiuta ne noi ne chi ci sta vicino. Questo film e questo libro sono ricchi di spunti di ispirazione per aiutarci a farlo.     by  Riccardo Paterni

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Lucca, 23 ottobre 2009 – presentazione del libro

Pubblicato da riccardopaterni su ottobre 29, 2009

10628_1186608519116_1645397822_481171_6793805_nUn energizzante dibattito pieno di contenuti sui temi del libro che sono chiave rispetto alla ripresa e allo sviluppo aziendale attuale e futuro. Presenti rappresentanti del mondo del rugby e di quello aziendale in un’atmosfera elegante ma informale ed estremamente concreta proprio nello stile del rugby! Foto dell’evento visibili a questo link http://www.facebook.com/album.php?aid=28302&id=1645397822&l=6469a602dc

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Brescia, 12 ottobre 2009 – presentazione del libro

Pubblicato da riccardopaterni su ottobre 14, 2009

Presentato da Claudia Cavaliere e Paolo Mulazzi (Riccardo Paterni assente poiche’ in viaggio all’estero) il libro presso la facolta’ di Ingegneria dell’Universita’ di Brescia. Un articolo a commento della presentazione pubblicato sul giornale di Brescia e’ consultabile a questo link: http://www.sapereperfare.it/fileallegati/131009GiornalediBrescia.pdf

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Padova, 8 giugno 2009 – presentazione del libro

Pubblicato da riccardopaterni su giugno 9, 2009

Il libro e’ stato presentato dagli autori e da Fulvio Lorigiola (autore della presentazione al libro) presso la sede del Petrarca Padova.

Riccardo, Claudia, Paolo e Fulvio Lorigiola

Riccardo, Claudia, Paolo e Fulvio Lorigiola

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Un mondo migliore di Claudia Cavaliere

Pubblicato da riccardopaterni su maggio 20, 2009

"Rubgy dal campo all'azienda. Oltre il semplice fare squadra"
e' il libro a cui Claudia Cavaliere (co autrice assieme a Paolo Mulazzi e Riccardo Paterni)
fa riferimento in questo articolo di riflessione su temi chiave della societa' contemporanea
assieme a Massimo Mascioletti.

Eccolo qua! Ho fra le mani finalmente il libro stampato. Ho in mente da un pò 
di giorni di scrivere un articolo……….parlando con Massimo Mascioletti, 
una sua frase mi gira in testa, dopo ciò che è successo a L’Aquila…….. “il 
rugby e un’identità che non deve andare dispersa.”
Massimo, per chi non lo conoscesse, ha questa straordinaria capacità, dice 
cose che ti fanno mettere in moto il cervello, che non possono scivolare sul 
pelo dell’acqua….mai scontate, mai banali, mai superficiali……..brillanti, 
spesso divertenti, spesso alte, spesso profonde……….non so…il fatto è 
che c’è sempre qualità e sostanza nel messaggio di Massimo, qualunque sia 
l’argomento, che si parli di rugby, di formazione poco cambia………per 
Massimo ci sono alcuni principi di fondo: la crescita dell’uomo, l’identità, la 
competizione che diventa un gioco a somma diversa da zero, dove io vinco se 
vinci anche tu, che va oltre all’essere un uomo contro un altro, la 
direzione…….il lavorare per un mondo migliore………
In un momento in cui la comunicazione sta diventando tautologica, 
autoreferenziale….comunica su se stessa e la forma ha preso il sopravvento su 
qualsivoglia contenuto……….sentir parlare e leggere Massimo Mascioletti è 
la reale e concreta sensazione che la sostanza e la qualità esistono, eccome!
Rileggo dunque le frasi dell’intervista a Massimo. Era il 25 aprile 2008….
Il 26 aprile 2009 la squadra de L’Aquila Rugby ha ricominciato il suo 
campionato dopo tutto quello che è accaduto……….una prova 
straordinaria…. non certo solo una partita,un segno di quell’identità che non 
solo non deve essere dispersa, ma deve essere ricostruita ancora più forte, di 
quell’identità che ha il compito di essere la faccia bella ed etica di quello 
che sarà il futuro…….perchè ricostruire vuol dire dare un senso……..
Mi piace riportare alcuni pensieri di Massimo che rileggo con grande 
piacere…….perchè il recupero, l’evoluzione di un’identità, per andare nella 
direzione di un mondo migliore ha bisogno di una presa di responsabilità, e la 
presa in carico dela responsabilità non è mai generale ma è personale……ci 
sono simboli fatti della sostanza del loro essere ciò che fanno, fatti del 
loro agire, simboli capaci di rappresentare l’esperienza….si perchè 
l’identità è esperienza, per ciò che riguarda il passato e per ciò che riguarda 
la prospettiva del futuro. E se il rugby è un gioco che si gioca “in prima 
persona” Massimo ne è certamente uno straordinario esempio di qualità.
Massimo Mascioletti, per L’Aquila Rugby e per la sua città …e per tutti 
noi, è certamente una pietra preziosa per la ricostruzione e il mantenimento di 
quella grammatica complessa che è l’identità.
Massimo è la faccia di un’identità che si chiama progetto e che non è mai la 
sterile ripetizione di un passato da riprodurre, ma è la valorizzazione del 
ricordo per un progetto etico e di sostanza, verso un mondo migliore.
Massimo, i suoi ragazzi, la sua società, sono adesso quella lente flessibile 
del tempo che prende dal passato e traccia la direzione verso l’anticipazione 
del futuro.
Se l’identità riguarda il ruolo che le persone e le organizzazioni hanno, i 
loro valori e la loro mission, il rugby e i ragazzi de L’Aquila Rugby giocano 
una partita che va davvero oltre la competizione……a tracciare la direzione 
un condottiero di rara qualità, “tosto”, ma mai ruvido, capace di cogliere il 
momento, l’hic et nunc, ciò che accade e su questo di costruire non rinunciando 
mai alle pietre miliari dell’etica, dell’autenticità.
Se la leadership in questo percorso di ricostruzione dell’identità garantisce 
la coerenza del sistema rispetto agli obiettivi e al progetto auspicato…..
Massimo è il legame: il leader passato e il leader futuro, proprio perchè 
passato e futuro sono tessuti della medesima sostanza: l’esperienza, l’agire.
Leader di un modello, socialmente evoluto, come dice lui parlando del concetto 
del sostegno, leader di un un modello in cui la competizione non è un uomo 
contro un altro ma la sfida è davvero molto più alta.
Ora, qui, con il libro fra le mani rileggo e vorrei condividere con voi 
alcuni brani di quell’intervista lasciando spazio alle parole di Massimo.

Ci dici qualcosa di più sul tuo pensiero, quando dici che la competizione 
fine a se stessa non ti piace, ma vorresti prendere solo la parte buona della 
competizione?

Sì, sto riflettendo su questo, perché noi ci accapigliamo ogni giorno… io 
sono completamente contrario alla competizione fra gli uomini. Sono invece 
molto d’accordo circa l’efficacia del fare le cose. Ecco, questo concetto dell’
efficacia del fare le cose dovrebbe prendere il posto della competizione fine a 
se stessa. Perché questo ha una ripercussione a livello personale che è grande. 
Vedete, nel nostro sport i ragazzi riescono a entrare, e in alcune parti a 
crescere in maniera significativa, specialmente quando riescono a superare la 
paura del contatto. Superano questa paura, salgono questo gradino e crescono. 
Allora, in questo senso, penso che i momenti più alti noi li viviamo quando 
stiamo bene, in sinergia. Passiamo un momento insieme, ci confrontiamo anche… 
ma alla fine dobbiamo essere in sinergia. E allora, se non si crede alla 
competizione fra gli uomini, quindi se non si pensa che uno debba essere 
necessariamente più bravo di un altro… tutto sta nel mettere sul campo tutto 
quello che si ha.

Possiamo dire quindi che la tua è una competizione con te stesso…

Sì, fino a ieri era una competizione, adesso è una direzione. E sto 
riflettendo su questa cosa… sto riflettendo…

Bella questa riflessione!

Il superamento dei limiti non è la competizione, perché penso che abbiamo 
dentro di noi le qualità. Superare i propri limiti significa trovare il sistema 
per comprendere queste qualità e farle uscire, tenendo ben fermi alcuni 
principi dai quali non bisogna derogare.

Ci hai parlato dell’altruismo come valorizzazione di se stessi e degli altri. 
Quindi possiamo dire che in questo caso la valorizzazione di se stessi non è 
egoismo, non è un atto ipocrita.

Non è ipocrisia, non è egoismo ma è… crescere. Amare me stesso per amare e 
dare un contributo alla crescita dell’individuo. Sviluppare me stesso per 
crescere, per amare e dare un contributo alla crescita di chi ho intorno. Io 
nella mia vita ho fatto delle riflessioni, ma dovevate farmi domande diverse?

No, quello che ci stai dicendo è migliore di qualsiasi domanda che avremmo 
potuto farti!
Io nella mia vita ho fatto un percorso. E il percorso che ho fatto è che io 
sono stato, dal punto di vista sportivo, un talento anticipato. Un talento 
anticipato, certo, ma provengo da una famiglia umile, dove mi erano stati 
trasmessi alcuni principi, anche se erano principi più formali che sostanziali. 
Per meglio dire, ci si credeva… ma anche noi non eravamo così maturi per 
interpretarli appieno. C’è stato un periodo in cui, all’età di 15-16 anni, ero 
«il giocatore» per eccellenza a L’Aquila, uno dei giocatori più in vista. Il 
mio nome compariva sui giornali, «la Freccia del Gran Sasso», cose di questo 
genere. E c’è stato un momento in cui io ho provato invidia quando non andavo 
sui giornali e ci andava un altro. L’ho percepita, questa cosa, e mi ha 
ammazzato perché io dentro di me sentivo di non essere così, ma non potevo fare 
a meno di provare questa invidia. Da quello che è accaduto in seguito e dalle 
risposte che ho ricevuto, penso di avere lavorato su me stesso per seguire 
percorsi diversi da questo stato mentale, e nel rapporto con i giocatori, con 
la squadra, sicuramente sono riuscito a essere un punto di riferimento per il 
confronto e la crescita insieme; infatti ricevo molti riscontri. Di questo sono 
felice.
Ho sofferto, mi ha fatto bene, e continuo a lottare per questa cosa dentro me 
stesso… non sono arrivato, perché sono competitivo di natura, ho una parte 
della competizione negativa dentro e occorre lavorare gradualmente per 
eliminarla.

Anche perché la tua strada rugbystica ti porta e ti ha sempre portato verso 
la competizione…

Sì, ed è per questo che adesso sono stanco della parte negativa, devo 
trasformarla. Sono stanco nel senso che c’è un’altra parte che nello sport mi 
lascia un po’ perplesso, specialmente nel rugby: la rosa della squadra è ampia, 
e ci sono delle volte in cui l’allenatore fa del male, perché sceglie… ma 
attenzione! A volte sceglie non in base a quello che i ragazzi meritano, ma in 
rapporto a circostanze o a sinergie che fanno sì che tu finisca per penalizzare 
chi in quel momento merita. Capito? Questa cosa la sento veramente come un’
ingiustizia e qua sono in netta crisi… e allora mi piacerebbe nel futuro 
inquadrarmi in un ruolo che sia meno competitivo ma più sostanziale. Verso l’
efficacia: sia nella crescita dei ragazzi, sia nella crescita del movimento, 
sia nella crescita… nella crescita in generale. In quattro parole ho detto 
tutto!

Parli spesso di crescita e di direzione associati all’obiettivo, ci piace 
molto questa cosa…

Io penso che la qualità nostra stia proprio in questo, nel comprendere che 
abbiamo una direzione da seguire e una percezione della crescita che ci deve 
rendere felici e deve rinforzarci. È proprio questo il discorso. Poi l’
obiettivo non può essere diverso dalla nostra direzione. L’obiettivo è soltanto 
un discorso per continuare. Una tappa verso la direzione.

Quindi è questo che tu fai con la squadra? Cercare di far coincidere la 
crescita dell’atleta con la crescita dell’uomo?

Cerco di farlo e credo che la cosa più importante sia proprio collegare la 
crescita in un determinato ambito, in questo caso quello sportivo, alla 
crescita nella propria vita. Per me questo è veramente fondamentale. Per noi 
stessi, per i ragazzi, per i giocatori, nella vita di tutti i giorni è così. 
Legare quello che facciamo a qualcosa di più profondo, di più alto, a livello 
personale e per gli altri.

Questa cosa così importante riesci a farla soltanto quando li cresci tu i 
giocatori, o riesci a trasmetterla anche quando arrivi in una squadra con 
persone già, in qualche modo, «formate» e con una loro personalità e identità?

Riesco a farlo. Devo crescere pure io in questa cosa. È una cosa in cui 
credo, che a volte riesco a manifestare con chiarezza; altre volte invece i 
miei limiti mi impediscono di ottenere dei risultati di qualità, però cerco di 
lavorare su me stesso per fare in modo che questo messaggio diventi più mio, 
così da poterlo trasmettere di più e meglio, insomma.

Ci parli spesso della direzione. La vedi un po’ come una cosa fatta anche di 
valori?

Profondamente. Profondamente. Io penso che ci siano delle aree di attività 
nella vita, se vogliamo possiamo definirle così, no? Uno fa l’allenatore, fa il 
manager… poi ci sono altre aree del tempo libero, o della vita personale. In 
tutto questo bisogna ricoprire dei ruoli. Io la vedo un po’ così la situazione. 
E l’importanza, l’efficacia del ruolo è quando tu lo ricopri e rispetti i 
principi in cui credi. E penso… queste sono riflessioni che faccio ultimamente 
perché… Penso che per uscire dall’equivoco occorra capire che essere altruisti 
gratifica se stessi. Essere altruisti non significa passare sopra se stessi: è 
attraverso la valorizzazione di se stessi e degli altri che si raggiunge il 
piacere. Anzi, se tu raggiungi questo… penso che saremmo a posto.

È forse questo che salva il rugby? Il fatto che ci devi mettere la faccia 
realmente…

Non è un caso, eh! Per me non può cambiare tanto, ma è in più… per esempio, 
ti è mai capitato di parlare con un All Black? Quando vengono a giocare, sono 
ragazzi di qualità e… quella è gente che oramai da un punto di vista economico 
è su un altro livello. Le grandi persone sono quelle che vivono il momento in 
maniera normale. Si dice umile, ma non è nemmeno l’umiltà… è essere se stessi. 
Cioè non crearsi una maschera, un personaggio. Proviamoci!

La cosa che «passa» subito quando si parla con te è il grande rispetto che 
hai per le persone…

Ma se io vi dico che sono un introverso, ci credete? Se vi dico che tante 
persone pensano di me che sono un orso? Lo dicono tutti.
In rapporto alla mia comunicazione… io vivo ancora, se vuoi, la difficoltà di 
essere un personaggio. La gente pensa che io sia un orso, ma non è falsa 
umiltà. Posso però sembrare un orso, posso sembrare uno che se la tira, perché 
poi va a finire così. Quando tu mi dici che io comunico in maniera immediata, è 
vero, perché se entriamo in una vera comunicazione e dobbiamo comunicare e 
spiegare quello che siamo, per me va bene. Ma nell’ambiente esterno, quando sei 
il personaggio… è finita!

Se la ricostruzione di un’identità ancora più forte ha bisogno di un leader 
di qualità e di sostanza…….Buon lavoro Massimo!

 

Articolo precedentemente pubblicato su SaperePerFare.it

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Tempi difficili?! La leadership che funziona!… di Riccardo Paterni

Pubblicato da riccardopaterni su maggio 20, 2009

La leadership e’ uno dei temi piu’ discussi e approfonditi nell’ambito delle teorie e pratiche di una gestione aziendale efficace. Viviamo in un’epoca di incertezze, di forti e spesso inaspettati radicali cambiamenti; in questo contesto si dibatte molto sulla leadership perche’ viene percepita come uno dei pochi potenziali solidi punti di riferimento, non importa quali siano le circostanze, luna leadership efficace riesce sempre e comunque a trovare ed ispirare soluzioni. Magari si potranno perdere alcune battaglie ma si riesce a vincere la guerra e contemporaneamente a far concretamente sviluppare il potenziale umano delle persone valorizzando al meglio le esperienze, conoscenze ed idee presenti.

Ma quali caratteristiche deve avere la leadership per mostrare questa efficacia? Innanzi tutto deve essere una leadership riconosciuta: una leadership che non viene semplicemente imposta dalla posizione gerarchica ma bensi’ viene riconosciuta dai propri collaboratori. Ma cosa vogliono vedere e sentire i collaboratori per riconoscere in quella determinata persona un punto di riferimento, un’ispirazione a dare il meglio di se? Un’autorevole fonte sul tema e’ una ventennale ricerca empirica fatta intervistando migliaia di persone da tutto il globo. La ricerca si e’ svolta a partire dal 1987, nel 1995, nel 2002 e nel 2007 ed e’ stata pubblicata sulle quattro edizioni del libro “The Leadership Challenge” di James M. Kouzes e Barry Z. Posner – Edizioni Wiley. Le persone coinvolte hanno espresso quali siano le qualita’ che ammirano in un leader attestandone il riconoscimento di fatto del suo ruolo. Ebbene, indipendentemente da area geografica, aspetti culturali, settori economici di appartenenza (e anche dai notevoli cambiamenti sociali economici e politici avvenuti nel corso dei venti anni), sono quattro i fattori sempre al vertice delle preferenze, nell’ordine: onesta’, determinazione, entusiasmo e competenza. Tutti e quattro devono essere presenti ed integrarsi; l’assenza o la debolezza di anche uno solo dei quattro fattori pregiudica il riconoscimento della leadership e di conseguenza l’efficacia del leader stesso.

Onesta’. E’ sempre stata al vertice di questa classifica di preferenze e nel corso del tempo ha sempre piu’ accresciuto la sua rilevanza. Ma che tipo di onesta’ contribuisce al riconoscimento di una leadership? Certamente un’onesta’ basata su principi fondamentali di etica, moralita’ e rispetto per gli altri; ma soprattutto un’onesta’ manifestata nei semplici comportamenti quotidiani: il mantenere le promesse, il mostrare le proprie idee ed i propri intendimenti piu’ con i fatti che con le parole.

Determinazione. La capacita’ di identificare mete da raggiungere, magari anche apparentemente impossibili, e perseguirle aldila’ di ostacoli ed imprevisti. In altre parole, avere le idee chiare su cio’ che si vuole per l’azienda e mostrare di lavorare con costanza, perseveranza, dedizione e intelligenza per raggiungerlo. In periodi come quello attuale spesso non e’ facile avere le idee chiare su come identificare le mete, ma e’ in questi frangenti che un leader veramente determinato riesce a stimolare e valorizzare le idee ed esperienze dei collaboratori proprio per questo fine.

Entusiasmo. Negli ultimi anni molte ricerche nel campo neuroscientifico hanno evidenziato l’importanza sostanziale di un approccio positivo alle opportunita’ e problematiche della vita. Essere positivi non vuol dire far finta che tutto vada bene, fuggire dalla realta’, vuol dire essere capaci di identificare e far leva sui fattori positivi (seppur apparentemente marginali) e trasmettere un senso di speranza verso il futuro. Da evidenziare che questo senso di entusiasmo deve essere onesto e genuino per essere realmente percepito come tale.

Competenza. Un leader deve mostrare competenza tecnica per il settore in cui opera. Questo non vuol dire che deve essere in grado di svolgere qualsiasi tipo di lavoro in azienda e conoscere in modo approfondito le problematiche di qualsiasi ruolo (la cosa e’ praticamente impossibile; anzi diviene controproduttiva quando il leader e’ troppo attivo in senso operativo e non stimola i collaboratori ad imparare, crescere professionalmente ed assumersi responsabilita’); la competenza di un leader si misura soprattutto nella sua capacita’ di riconoscere in modo sostanziale le capacita’ dei propri collaboratori e saper scegliere di conseguenza chi fa che cosa e perche’.

La ricerca da venti anni mette anche in evidenza che questi quattro fattori per essere veramente efficaci devono essere costantemente supportati e alimentati da un quinto fattore comportamentale e di atteggiamento: l’umilta’. Umilta’ nel riconoscere i propri errori, nel riconoscere i meriti altrui, nel ricorrere apertamente all’esperienza e al sapere di collaboratori. Il suo opposto, l’arroganza, mina invece alla base quanto di buono il leader sia capace di fare e costruire.

Onesta’, determinazione, entusiasmo e competenza arricchite dall’essenziale presenza di umilta’ conferiscono al leader credibilita’ ed e’ su queste basi di credibilita’ che si fondano progetti importanti il cui successo dura nel tempo aldila’ delle circostanze esterne economiche o sociali. Vogliamo la riprova dell’efficacia di questo tipo di leadership? Vogliamo assicurarci che funzioni anche nel nostro contesto sociale, culturale ed economico? Semplice: analizziamo il percorso fatto da aziende che ammiriamo veramente per cio’ che hanno saputo e sanno costruire nel tempo e noteremo che nei fatti sono fondate su una leadership riconosciuta e credibile.

 

pubblicato sulla rivista di Confindustria Caltanissetta “Le Nostre Imprese” – settembre 2008 e su SaperePerFare.it

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Il Fattore Resilienza: dal Rugby alla Azienda di Claudia Cavaliere

Pubblicato da riccardopaterni su maggio 20, 2009

Fattore resilienza! Con Marzio ci siamo “riconosciuti” subito in questo concetto. Ne sono nati due progetti, uno legato al mental training applicato al rugby e uno legato alla formazione manageriale. Del mio “compagno di viaggio” in questo progetto nato da un principio condiviso, quello della sostanza, del “metterci la faccia” e del far circolare e condividere le idee……perché le idee finché restano chiuse in un cassetto e non si confrontano, non crescono. Non stà certo a me presentare un curriculum rugbystico, quello di Marzio, che parla da solo…., al di là dei ruoli che ha ricoperto e ricopre potrei sintetizzare il suo curriculum nel termine mai banale “rugbysta”! Rugbysta di nome e di fatto.!!!!! Due parole invece sul perché l’esperienza vissuta di Marzio, non solo quella rugbystica e di competenze, ma quella umana, ne fanno un punto di riferimento prezioso se si parla di resilienza e di persone di straordinaria qualità.

Prenderò spunto da un articolo de “La voce di Rovigo” di qualche tempo fa nel quale Marzio racconta la sua esperienza: …. Marzio Zanato, allenatore della Rugby Rovigo, dell’ under 20 rossoblù campione ’Italia, di L’Aquila e attualmente ct della Nazionale italiana A, ha parlato del tumore al testicolo che l’ha 
colpito poco tempo fa: “Quando mi è stato detto che avrei dovuto affrontare un’operazione e una protesi, è stato come un pugno nello stomaco. Anche se il professore che mi curava, cercava di tranquillizzarmi, al momento la parola tumore mi tuonava continuamente nella testa. Da uomo di sport però ho cercato di 
reagire da subito, dovevo affrontare il tutto come una finale, la più importante delle mia vita. Durante questi mesi, non mi sono mai staccato dal mio impegno con la Nazionale e anche grazie a questo e ai ragazzi ho trovato la forza per sostenere la situazione. Sono stato fortunato a non aver avuto di peggio, ma credo che l’aspetto mentale sia importante in questi casi per cercare di superare la malattia”….. Queste le parole di Marzio

Quando ho scelto di portare il rugby come modello all’interno delle aziende mi sono detta che non poteva 
essere la solita metafora, come affermava Carlo Gobbi (giornalista sportivo) ci sarà un motivo se in inglese il giocatore di rugby non viene chiamato rugby player ma rugbyman Ecco, più che rugbysta di Marzio è meglio dire “rugbyman”…… e uomo d’azienda. Fin troppo facile lavorare con lui econtestualizzare quello che dice al contesto aziendale. Certo è che per me, abituata a selezionare e formare persone, oltre a lavorare sulle loro risorse, quello che mi ha colpito in questo fortunato incontro è stato lo spessore umano associato alla competenza……

Ho trovato consapevolezza, capacità manageriali, esperienza, curiosità e cultura del fare e non dell´alibi…. sostanza e la chiara volontà e capacità di condividere le conoscenze importanti. Condividere conoscenze importanti! Una delle prime cose che dovrebbero essere allenate in azienda! Quante volte quella che 
sembra una cosa ovvia in realtà non avviene? Il rugby ha una caratteristica essenziale: per far si che esista quella leadership fluida che è così importante perché la squadra funzioni, ogni rugbysta dev’essere leader di se stesso, deve costruirsi una solida leadership, che parte da se stesso, dalla fiducia nelle proprie 
competenze e dalla profonda conoscenza di sé. Il rugbysta costruisce la propria competenza sulla sostanza, non può”fare finta di”…….perchè il confronto fisico che caratterizza questo sport, oltre all’intelligenza……di fare finta non te lo permette. E questa non è filosofia è proprio questione di efficacia. 
Partendo da questo aspetto è evidente che chi vive questo percorso con consapevolezza personale non ha certo paura di condividere le conoscenze importanti che servono perché la squadra, l’organizzazione, l’azienda funzionino e possano migliorare. Trovo centrale questo punto quando si parla di azienda, soprattutto in periodi di forte cambiamento…..la conoscenza, il know how, qualcuno che rende la propria esperienza condivisibile e disponibile per “i suoi uomini” è una risorsa impagabile! Il vissuto da solo non basta, se non incontra la competenza per poter diventare una risorsa condivisibile e utile per i propri giocatori, per la propria squadra, per la propria azienda. Partendo da questa voglia di condividere, dalle esperienze e dalla competenza di Marzio unite alla volontà di creare degli strumenti ad hoc unendo le 
nostre esperienze professionali e confrontandoci costantemente è nato queso progetto. Abbiamo deciso di chiamarlo fattore resilienza (l´idea di questo titolo è di Marzio). Un progetto di mental training applicato al rugby, un progetto che porta il rugby in azienda e nella formazione manageriale se vogliamo sintetizzare, ma molto di più. Un progetto sull’empowerment, sullo sviluppo delle risorse personali, della squadra,dell’azienda, sulla capacità di superare i momenti difficili, come possono essere per un rugbysta 
quelli di un infortunio, per esempio, attingendo alla propria forza, imparando delle strategie e attingendo alle risorse dell’ambiente che lo circonda O come possono essere per l’azienda i momenti come quello attuale nel quale la parola crisi sembra essere diventata quasi un’entità astratta superiore che blocca le persone nel loro agire. L’idea e il modo con cui lavoriamo è quella di una “sartoria”. Creare l’abito della resilienza appositamente confezionato per un rugbysta se si parla di mental training e creare l’abito della resilienza per il manager o per le persone dell’azienda, se si parla, appunto di azienda. Un abito da creare partendo dall’esperienza vissuta e facendola incontrare con “la cassetta degli attrezzi” della psicologia e di tutte quelle discipline che possono esserci utili in questo approccio olistico, multidimensionale e multidisciplinare.

A guidare il mio lavoro sia di mental trainer che di formatrice rimane sempre un principio “il rugby in mano ai rugbysti”, perché comunque il vissuto devi apprenderlo da loro! A guidare l’approccio di Marzio a questo lavoro, il principio di voler verbalizzare, condividere, rendere in qualche modo standardizzabile la sua esperienza per fornire riflessioni e strumenti concreti ai propri atleti nel momento in cui si affronta una difficoltà. Far incontrare dunque l’esperienza con la teoria, creando qualcosa che non sia un abito “pret a 
porter” ma un abito “sartoriale” intessuto di forte consapevolezza, della facilitazione dell’attingere alle risorse interne e che nasce ogni volta dall’hic et nunc. Da quello che succede qui e ora. Da quel giocatore, da quella squadra, da quell’azienda…….La cura del metodo insomma che ti permette di personalizzare senza allontanarti dalla direzione. Possiamo definire questo lavoro come l’incontro fra la pratica e la teoria oppure, per rendere l’idea utilizzando una frase di Marzio “l’energia di due Oceani che si incontrano a Cape Town, creando nuova energia”. Proviamo ad introdurre, intanto, partendo con una sorta di botta e risposta che farà un po’ da fil rouge a questo lavoro alcuni concetti e strumenti. Quando abbiamo cominciato a confrontarci e a parlare su alcuni temi che ci interessavano ci siamo subito riconosciuti in questo concetto di Resilienza. Utilizzato molto nella psicologia anglosassone e molto meno conosciuto da noi. Abbiamo voluto prenderlo nelle sue accezioni originarie per farne un nostro abito della resilienza …applicato al rugby, come contenitore e fattore che facilità l’uscire rinforzati dal momento di difficoltà.E dopo averlo applicato al rugby abbiamo cominciato a portarlo nel contesto aziendale, ma non solo, nel contesto della vita di ogni giorno, perché alla fine, che sia un campo da rugby o un’azienda….la crescita delle squadre e delle organizzazioni passa e può passare solo dalla crescita dei singoli individui che diventano leader di se stessi per mettere poi se stessi al servizio della squadra, che allora e solo allora può diventare la cosa più importante.

Resilienza è un termine che assume diversi significati a seconda del contesto In ingegneria la resilienza è la capacità di un materiale di resistere a forze di rottura. E’ la capacità di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi. Il suo contrario è l´indice di fragilità. In informatica è definibile anche come una somma di abilità, capacità di adattamento attivo e flessibilità necessaria per adottare nuovi comportamenti una volta appurato che I precedenti non funzionano. In ecologia e biologia la resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno In psicologia la resilienza corrisponderebbe alla capacità umana di affrontare le avversità, superarle e uscirne rinforzato o addirittura trasformato. La resilienza è più della semplice capacità di resistere alla distruzione proteggendo il proprio io da circostanze difficili, è pure la possibilità di reagire positivamente a scapito della difficoltà e la voglia di costruire utilizzando la forza interiore propria degli esseri umani. E’ avere la capacità di usare l´esperienza nata da situazioni difficili per costruire il futuro La resilienza non è una caratteristica che qualcuno possiede e altri no. La resilienza si impara, si imparano i comportamenti resilienti e si creano ambienti resilienti.

Non ho sottolineato a caso il concetto di energia, perché pensiamo che questo sia il punto di partenza. 
Posto il fatto che non possiamo decidere noi se accettare o meno un evento traumatico, o la crisi o un 
qualsiasi evento che ci porta il cambiamento…..si tratterà di partire dall’energia, che solo noi con una scelta volontaria possiamo decidere di mettere in campo, e da questa trovare delle strategie che ci portino verso un adattamento attivo.

Questo è il punto di partenza e lo vedremo nelle parole di Marzio alle quali lascerò spazio. 
Ad accomunare ciò che accade ad un atleta o a un manager nei momenti di difficoltà c’è certamente la parola crisi. Affronteremo in un prossimo articolo questo tema con Marzio, perché nello sport la crsisi è un momento di crescita. Ovviamente se ben affrontata e gestita con gli strumenti giusti…….la buona volontà non basta senza la concretezza e la competenza, né in campo, né in azienda!

Se partiamo dal dizionario (sempre per tornare alle origini perché purtroppo le parole quando diventano molto di moda si trasformano in scatole vuote) e prendiamo la parola crisi ci accorgiamo, risalendo lungo gli incerti sentieri dell’etimologia che dal greco KRISIS deriva da KRINO- separo- momento che separa una maniera di essere o una serie di fenomeni da un’altra differente. Si tratta quindi di passaggio e in questa idea di crisi erano già comprese l’idea di problema e di superamento del problema. Oggi, nella nostra accezione, questa nozione di superamento sembra essere scomparsa e al suo posto troviamo quella di accettazione.

In cinese la parola crisi è composta da due ideogrammi: wei che significa problema e ji che significa opportunità. Anche nella nostra lingua, finchè non lo perdiamo, la parola crisi ha in sé un aspetto vitale: la separazione, l’aspetto di crescita e quello della scelta.

A noi dunque scegliere su quale aspetto, se su quello della rassegnazione o su quello “maturativo” focalizzare l ‘attenzione. Vi lascio ad una parte del botta e risposta con Marzio….così com’è….è il nostro modo costante di lavorare, un continuo “work in progress” perché le idee hanno bisogno di essere nutrite costantemente di confronto ed energia per poter crescere e non diventare “fossili”, schemi di pensiero che ti imbrigliano…..

Partendo dalla tua esperienza, quali pensi che siano le risorse, il vissuto, I sentimenti che portano a 
superare I momenti difficili?

C’è nel giocatore di rugby come hai potuto rilevare tu stessa una sorta di autoefficacia esasperata, una percezione di “invincibilità” determinata dalla consapevolezza di praticare uno sport che sovente si ricopre di un alone cavalleresco!! Non una cosa per tutti si suole dire!! Un’ aggressività positiva deve accompagnarti per affrontare un combattimento, per poterti imporre sull’avversario !!! Va da se la capacità di trasformare questa autoefficacia in uno scudo che in qualche modo ti protegga non tanto da eventi 
traumatici quali un infortunio di gioco, ma da altri eventi capaci di minare l’ integrità fisica, la salute o gravi infortuni che pongano fine alla carriera !!! Una sorta di scudo capace di esaltare il concetto di RESILIENZA nel suo significato di materia capace di resistere a forze di rottura ed allontanare il suo contrario, ovvero L’INDICE di FRAGILITA’. Così, nello scegliere le armi in un duello cavalleresco, ci si affida esclusivamente al Fattore Resilienza, volendo dimenticare, scordare ed accantonare quell’indice di fragilità che invece mai deve essere sottovalutato. Comprendere il significato, l’esistenza dell’altra faccia della medaglia, in questo caso della fragilità, è un passo fondamentale per giungere ad un grado di consapevolezza capace di produrre una scarica di energia in grado di fare appello alla Resilienza intesa, come è intesa, in psicologia ovvero capacità di affrontare le avversità. Superarle e uscire rinforzato e trasformato. Ho volutamente omesso quel “addirittura trasformato” perché anche la trasformazione è un dato di fatto dopo il superamento di certe avversità. Consapevolezza dei propri limiti dunque !!! Penso che se si arriva di fronte a determinate prove senza avere coscienza dei propri limiti, l’effetto sia devastante in termini di non riuscita, di incapacità di andare oltre !!! Chi è consapevole dei propri limiti ha un’ arma fondamentale quale la possibilità, attraverso la perseveranza, di metterli a nudo ed in qualche modo ridurli, renderli meno protagonisti. Tu devi renderti attore principale, eliminare la cultura dell’alibi che noi culturalmente ci portiamo dentro!! 

Quando parlavamo degli infortuni e del fatto che soprattutto per un rugbysta abituato a un grande senso di autoefficacia questo significa un´ ulteriore difficoltà di tipo psicologico, forse una necessità di riadattarsi, di capire che non sarà più come prima, magari anche meglio, ma diverso…… da dove si riparte? A quali risorse si fa appello? 
Scoprire le nostre fragilità è sovente fin troppo doloroso !! Una scoperta che determina una consapevolezza chiara di chi sei !! Che ti aiuta nel tentativo di dare una risposta a quelle eterne domande che l’essere umano si è sempre posto !! Chi sono, perché sono qui, quale è la mia missione in questa vita? Che eredità voglio lasciare con il mio voler essere e non certo con il voler apparire !!! Se hai sempre negato a te stesso di poterti trovare, un giorno, di fronte a dei limiti che si palesano in dolore, infortunio, malattia non credo ci si possa appellare al concetto di Resilienza !!! Raggiungi il tuo indice di fragilità e ti spezzi !!! Quindi un passo fondamentale è comprendere che possiamo essere soggetti ad eventi traumatici e che un indice di fragilità esiste ma può essere modificato dal nostro atteggiamento che passa immediatamente nella accettazione di una SFIDA !!! Si una sfida che non si giocherà in campo, contro un avversario ben visibile e la maggior parte delle volte conosciuto!! Ma un avversario oscuro che deve essere affrontato con il massimo rispetto !! Challenge !!! Challenge !! Nel leggere il libro di Lance Armstrong questa parola la trovi ripetuta all’inverosimile !! La Lance Armstrong Foundation ha come parola d’ordine, “Challenge”, SFIDA!!!! Una sfida si prepara, una finale si prepara, si elabora un game plan !!! Qualsiasi livello di sfida, qualsiasi 
tipo di sfida ti impone di presentarti PREPARATO !!! Ed allora mi è venuto naturale fare affidamento al vissuto sportivo e professionale !! Il Game Plan, la S.W.O.T. Analisi !!! Prendere consapevolezza dei punti di forza, reperire il maggior numero di informazioni sui punti di forza del tuo avversario, consapevolezza di quali sono i tuoi punti di debolezza, quei famosi limiti che determinano l’indice di fragilità. Quale è il terreno migliore dove sfidare questo avversario, che rischi puoi correre. Nel riempire i quadranti della analisi S.W.O.T. inizi a darti le prime risposte!! Non devi però barare pensando di mascherare con inesistenti punti di forza quelle che sono le tue debolezze!! Bisogna essere assolutamente franchi con se stessi altrimenti è inutile !!! Entra in gioco la DISCIPLINA !!! Non intesa come il marciare dei soldatini di piombo ma come capacità di porsi dei limiti !!! Puoi trovare questo esercizio esaltante nel dare corpo ad una strategia che piano piano ti riporta ad un livello di autoefficacia diverso, influenzato dalla resilienza, capace di riadattarti, trasformarti e renderti più forte perché consapevole. 

La rabbia, quand´è che si supera? Se non si supera ti blocca e a quel punto allora è negativa, come tutto ciò che ti blocca Perché a me !!!!! E qui si scatena la rabbia !!! Perché a me, che mi alleno ogni giorno!! Perché a me che non fumo !!! Perché a me che non bevo !! Perché a me che conduco una vita dove il mantenimento della piena efficacia del mio corpo è fondamentale !! Giochi a rugby, ti insegnano che i principi fondamentali sono AVANZARE e SOSTENERE ma di fronte all’evento traumatico ti trovi solo con il tuo individualismo !!! 
Se non riesci a guardare all’altro, a comprendere che le umane miserie sono non solo infinite ma ben più grandi delle tue non ti libererai mai dalla rabbia e non uscirai un uomo migliore!!! E’ umano arrabbiarsi !! E’ umano sentire rimbombare dentro la propria testa in modo imperioso quel : perché a me !! La via al 
superamento è renderci partecipi delle angosce degli altri, dei dolori degli altri e confrontare le proprie 
paure con le paure degli altri !! E’ la capacità di dirti : però, guarda quanta sofferenza negli altri !! Io allora al loro confronto posso dirmi fortunato !!! Quando per le circostanze della vita che io identifico con la parola destino, riesci nei momenti di difficoltà, di avversità e di dolore a dirti fortunato la rabbia scompare e si trasforma nella capacità di interpretare quel ruolo di cui ti ho detto :Estremo in sostegno!!!!! 
Mi viene in mente il concetto di adattamento attivo di cui parlavamo prima…….

TORNANDO ALLA TEORIA LE CARATTERISTICHE DELLA RESILIENZA, SECONDO L’APPROCCIO 
PSICOLOGICO, SONO SETTE: 
• insight o introspezione: la capacità di esaminare se stesso, farsi le domande difficili e rispondersi con 
sincerità. 
Io qui ritornerei al concetto che ti ho sopra espresso, ovvero la DISCIPLINA alla quale aggiungo anche un concetto che mi viene da esprimere con il vocabolo SEVERITA’ !! Severi con se stessi e 
disciplinati…ovvero porsi domande difficili, porsi dei limiti, rispondersi con sincerità senza barare, senza 
fare appello all’alibi, senza pensare di essere il classico furbetto che in un modo o nell’altro riuscirà a 
spuntarla magari alla faccia del prossimo!!!! 
• Indipendenza: la capacità di mantenersi a una certa distanza, fisica ed emozionale, dai problemi, ma 
senza isolarsi. 
Accettare e preparare la SFIDA !!! 
• Interazione: la capacità per stabilire rapporti soddisfacenti con altre persone confrontarsi per comprendere, per fare proprio il vissuto e le esperienze altrui !! questo lo trovo 
fondamentale nel preparare il tuo “piano di battaglia”….in tutte le battaglie, in tutte le guerre è fondamentale L’INTELLIGENCE !!! Informarsi sulle caratteristiche di un infortunio, di una malattia!! Sentire esperienze da chi ha vissuto prima di te esperienze simili non sono un appoggiarsi ma un condividere che ti trasmette strumenti per elaborare poi il personale Game Plan !!! 
• Iniziativa: la capacità di affrontare I problemi, capirli e controllarli 
Appunto….Intelligence !!! Il vincente AGISCE, anticipa in qualche modo con la sua iniziativa gli eventi, il 
perdente REAGISCE !!! 
• Creatività: la capacità per creare ordine, bellezza e obiettivi partendo dal caos e dal disordine. 
Sai che in qualche modo mi viene da accomunare questo tipo di creatività con la DISCIPLINA unita al 
PERSEVERARE !!!…mah?!!! 
• Allegria: disposizione dello spirito all´allegria, ci permette di allontanarci dal punto focale della tensione, 
relativizzare e positivizzare gli avvenimenti che ci colpiscono 
Il mio processo è stato quello di riderci sopra con gli altri !!! proprio per allontanare la tensione, creare una 
sorta di distanza dalla preoccupazione !! Così dire sovente tra amici : ehi ragazzi non posso più dirvi a 
breve che mi romperete le palle perché devo recitare il de profundis ad Evaristo il mio caro testicolo sinistro 
!! Era un modo per allentare la pressione !!! Ed anche un modo per osservare le reazioni degli amici !! Ma 
come fai a riderci sopra a una cosa del genere ?!! Però sei bravo!! Io non so se ci riuscirei!!!….un po’ di 
autoefficacia indotta !!!!! o meglio un carico di autoefficacia proveniente da un rinforzo positivo a questo tipo di atteggiamento volto a sdrammatizzare.

Morale: si riferisce a tutti I valori accettati da una società e che una persona interiorizza nel corso della 
sua vita…. …o Super IO !!! Non credo si debba dare ascolto al Super Io !!! Ti si potrebbe ritorcere contro con il classico : se non facevo così, se non facevo colà!!! Si deve prestare orecchio all’ES…all’istinto in tutte le sue forme !! Specie l’istinto di sopravvivenza!!! 
visto che noi vogliamo sartorialmente farci un nostro abito della resilienza, che caratteristiche vedi tu? 
Non ho idea se ti ho risposto in modo soddisfacente e se da quanto ti ho scritto riuscirai ad estrapolare degli strumenti utili a creare una sorta di percorso che parta : ok ora ricomincio !!! Mi sono trovato due volte a tirar su le maniche della camicia e dire : Ora ti Sfido !!! e forse non ho mai detto ricomincio ma piuttosto 
CONTINUO meglio di prima, più forte di prima….forse dovrò rallentare ma non fermarmi !! Accomuno il dire Ricomincio con l’idea di essermi fermato….e chi si ferma è perduto !!!….energia !!!! Dopo quello che ci ha detto Marzio e prima di andare ad approfondire temi e strumenti quail l’analisi swot, l’adattamento attivo, l’autoefficacia (cosa che faremo nei prossimi articoli), torniamo un attimo sul concetto di resilienza che non è più adesso una scatola vuota ma è stato riempito da importanti contenuti di vissuto e di esperienza… Etimologicamente resilienza deriva dal latino resalio, iterativo di salio, che significa saltare, rimbalzare il termine in fisica significa: attitudine di un corpo a resistere a un urto in informatica la resilienza concerne la qualità di un sistema che gli permette di continuare a funzionare a dispetto di anomalie legate ai difetti di uno o più dei suoi elementi costitutivi

Resilienza come processo: 
dinamica attraverso cui l´individuo interagisce attivamente con le circostanze 
La persona non si riduce mai ai suoi problemi, ma deve essere guardata considerando le sue potenzialità 
anche l´esperienza dolorosa può essere occasione di apprendimento 
Resilienza, dunque, non come invulnerabilità ma come flessibilità 
Nel momento della difficoltà non si tratta solo resistere ma di ricostruire un percorso 
LE TAPPE DEL PROCESSO 
• EVENTO NEGATIVO 
• VALUTAZIONE DELL´EVENTO 
RISPOSTA ALL´EVENTO NEGATIVO 
RICOSTRUZIONE DI UN PERCORSO PERSONALE 
• 
Importante in tutto questo poter seguire un percorso di mentoring, avere un coach…..essere seguiti da chi “ce l’ha fatta” , confrontandosi sulle risorse e gli strumenti, prendendosi la responsabilità delle scelte….mettendoci la faccia, proprio come fa un rugbysta. 
Nessuna teoria forse possiede già tutte le risorse che chi ha vissuto certe situazioni ha utilizzato. 
E’, allora, ancora un po’ come nel rugby. Gioco fatto di sostanza e forma ……. La teoria allora è la forma di cui vestire la sostanza e serve a verbalizzare a rendere consapevole, esplicito e condivisibile il vissuto. 
A proposito di prendersi le proprie responsabilità……. Vorrei concludere con un altro pezzo della 
chiacchierata con Marzio: 

“La sera prima della partita a Livorno con l´Udine (Squadra di cui Marzio era allenatore N:d.R.) ho detto alla squadra : Ragazzi non ho preparato un Game Plan !!! Sapete benissimo cosa vi sia in gioco, conoscete le difficoltà legate a questa partita e mi auguro conosciate, attraverso la consapevolezza ,quali siano i vostri limiti e quali strumenti potete utilizzare per contrastarli !! Mi va di dirvi solo questo e lo faccio leggere al vostro capitano “I colori di Udine sono il BIANCO e il NERO !! Rappresentano gli estremi !! Noi dobbiamo desiderare di posizionarci agli estremi, detestiamo le vie di mezzo!! O iniziamo a fare grandi cose o siamo fuori ed accettiamo di fatto una vita in GRIGIO. Il GRIGIO è il colore perfetto per le persone comuni, per i mediocri. Stasera in questa sala non c´è nessuno che desidera vivere in GRIGIO !!!”

Due giorni dopo mi sono fatto carico delle mie responsabilità e mi sono dimesso non accettando di vivere un colore che non sento mio !!! “ 
Leggendo un precedente articolo sulla resilienza una persona mi ha detto: “non conosco questo termine 
che colore ha la resilienza?” 
….tutti i colori che ti fanno uscire dal GRIGIO.


gia’ pubbicato su www.psicolab.net

e su SaperePerFare.it

altro articolo giornalistico di approfondimento sulla storia di Marzio Zanato clicca qui

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Gli strumenti del rugby dal campo all’azienda… oltre il fare squadra! di Claudia Cavaliere e Alessandro Remonato

Pubblicato da riccardopaterni su maggio 19, 2009

Se qualcuno ancora si chiedesse “perché proprio il rugby?”. Il rugby ha tutte le caratteristiche per essere lo sport più indicato per portare strumenti in azienda. Strumenti, non solo esperienze, valori e filosofia.

Quando si parla di formazione esperienziale, di gestione delle risorse umane, accade spesso che ci si senta dire: “non vorrei che tutto questo si traducesse in una “scampagnata”, in un momento aggregativo che poi non porta strumenti concreti al di là del fare gruppo”. Al di là del fare gruppo. 
Oltre il fare squadra e oltre la metafora! Concretezza, efficacia e strumenti da applicare nel proprio contesto quotidianamente. Questo è ciò che ci guida nel nostro percorso fra rugby e azienda…..e dare voce ai rugbysti. Insomma niente metafore e teorie preconfezionate ma gli strumenti, i valori, la filosofia, il senso del gioco e delle regole, le possibilità creative e tutto ciò che il rugby è , così com’è, direttamente dal campo e portato dai rugbysti…..contestualizzato poi nelle realtà aziendali diverse……un abito tagliato su misura insomma. Anzi di più.

Per spiegarmi vi racconterò un aneddoto che mi è sempre rimasto impresso e che mi fa un po’ da guida. Quando ho cominciato a studiare psicologia il mio professore Alessandro Salvini un giorno mi disse una frase davvero significativa, mentre parlavamo di sostanza e concretezza nella risoluzione dei problemi. “Vedi”- mi disse “…è come quando qualcuno deve andare ad una festa e vuol fare bella figura, può andare dal sarto e farsi fare un vestito su misura, un abito che copra tutti i difetti e metta in risalto le doti…… arriverà alla festa e apparentemente sarà perfetto e farà bella figura……oppure può decidere di andare in palestra….. e diventare nella sostanza quello che vorrebbe essere….” Insomma “o palestra o sartoria….”!

Noi nel nostro parallelo fra rugby e azienda vorremmo essere la palestra!

Il rugby è, secondo i francesi lo sport “RE”. Il rugby è lo sport che, anche a causa, anzi per merito, della bizzarra palla ovale, obbliga a superare la logica ed è quindi lo sport che mette insieme il principio di efficacia che sempre guida le squadre e gli atleti nella verifica sul campo, con il principio delle possibilità creatrici. Creatività e concretezza, programmazione e improvvisazione non improvvisata, valori e identità come elementi costitutivi dell’efficienza……. E molto altro.
Il “RE” Rugby, al servizio del sistema impresa……. Dell’intero sistema impresa, non solo del management! E questo è un altro concetto che ci piace sottolineare.
In questo percorso vorremmo, ancora una volta, anticiparvi un argomento che verrà sviluppato nel libro su rugby e azienda che uscirà (autori: Paolo Mulazzi, Riccardo Paterni e Claudia Cavaliere) a breve edito da Guerini & Associati.

La parola ad Alessandro Remonato. Alessandro fa parte dello staff tecnico della Rugby Parma, una delle squadre di punta del Campionato Italiano “Super 10” e costruisce, seleziona, crea,ricerca……strumenti. Contributo importantissimo il suo, che troverete nel libro e nello sviluppo dei progetti di formazione “sul campo” di outdoor training con il rugby. ……….ma di questo avremo modo di parlare e avrete modo di leggere prossimamente…..
Intanto vediamo come una squadra di rugby prepara un match .
La parola a quello che ci ha scritto Alessandro…….

COME SI PREPARA UN MATCH

Se c’è un termine che nel rugby moderno non viene più utilizzato è certamente “improvvisazione”. La preparazione di un incontro segue un iter molto dettagliato con l’intento di pianificare ogni aspetto e “prevedere” ogni particolare, che si può verificare durante il match. Insomma, giocare l’incontro prima ancora di scendere in campo! Il Piano di Gioco, per una squadra di rugby, ha la stessa funzione di uno spartito musicale per un’orchestra e, infatti, c’è già scritto tutto ciò che si deve fare, sta poi alla capacità di adattamento e interpretazione di ogni singolo componente della squadra a renderlo più o meno un’ opera da applausi. Lo stesso spartito può dare sensazioni diverse a seconda di chi lo “usa”, così il Piano di Gioco avrà una sua utilità e successo, anche in base al corretto utilizzo che ne viene fatto.

Dopo un attento studio delle caratteristiche generali e particolari dell’avversario da incontrare, lo Staff Tecnico della squadra di rugby deve stilare il cosiddetto Piano di Gioco, che dovrà rappresentare gran parte del lavoro da eseguire dentro e fuori dal campo. La parte centrale della settimana è, infatti, dedicata alle prove pratiche sul campo di quanto si dovrà mettere in pratica durante l’incontro; così i titolari del match, si affrontano contro i propri compagni di squadra in una simulazione di quanto il proprio avversario andrà ad opporre durante la partita. Il modo di attaccare e il modo di difendersi, che l’altra squadra adotta comunemente, viene riproposto dalle cosiddette “riserve” come una sorta di sparring partner, per preparare la squadra ad una situazione il più vicino possibile alla realtà. Il giorno prima dell’incontro ufficiale, durante la riunione con i soli convocati, viene consegnato ad ognuno il vero e proprio Piano di Gioco in forma cartacea, in modo tale che ogni giocatore possa riflettere con più attenzione sulle consegne e su quanto fatto durante la preparazione. Questo Piano di Gioco, consiste più o meno nel riassunto di quanto deve essere fatto nelle situazioni i cui si attaccherà l’avversario e in quelle dove bisognerà difendersi. Così vengono date delle linee generali su quali sono le situazioni da riproporre per l’attacco, che potrebbero mettere in difficoltà l’avversario, su quali sono gli obiettivi generali da riprodurre nel volume di gioco, e su tutto ciò che può evidenziare i punti deboli dell’altra squadra, o comunque scoprirne alcuni che possono essere attaccati portando l’avversario nella direzione da noi stabilita.

Progressivamente si entra sempre più nello specifico, indicando quali sono le strategie, tra quelle normalmente allenate a prescindere dall’incontro, che sono più utili in questa specifica partita. Così vengono riportate nel dettaglio le giocate da proporre partendo dalle specifiche situazioni di lancio del gioco come le Mischie e le Touche. Stesso iter viene applicato per preparare le situazioni difensive, così da essere in grado di controbattere con efficacia al modo di giocare avversario. Anche in questo caso ci sono delle linee generali, che diventano la guida da seguire durante tutto l’incontro, gli obiettivi principali a prescindere dal ruolo o dalla zona di campo. Quindi, si entra sempre più nello specifico, analizzando quale miglior adattamento difensivo adottare da Mischia, da Touche, dai palloni calciati, quale ruolo o giocatore avrà compiti più o meno precisi in base alla situazione. In entrambi i casi, sia per l’attacco che per la difesa, vengono ribaditi i termini di comunicazione più utili a richiamare quella specifica organizzazione di gioco e questo aspetto, deve essere rigorosamente rispettato da tutti, perché il linguaggio comune aiuta e semplifica il lavoro di tutti. A completare l’opera servono solamente alcune indicazioni sulle modalità e abitudini, che caratterizzano l’arbitro assegnato, più alcune frasi ad effetto con l’importante scopo di dare un’ulteriore spinta motivazionale a tutta la squadra. Una squadra che tralascia aspetti importanti come questi (a prescindere dalla modalità, che può variare a seconda delle esigenze individuali) potrà avere anche alcuni successi, ma difficilmente avrà continuità ad alto livello, perché organizzazione e preparazione sono essenziali per avere un margine sempre più alto nella capacità di adattamento a quanto accade durante un incontro. Una squadra che si affida ciecamente ad un Piano di Gioco, invece, e che non capisce l’importanza delle possibilità di interpretazione che esso stesso dà, sbaglia poiché vi sono più opzioni ipoteticamente corrette da prendere in considerazione, e se non le prende in considerazione cade nell’errore di persistere per una strada, che magari non è sbagliata, ma semplicemente da prendere in modo diverso.

Organizzazione dunque, condivisione di un linguaggio comune, condivisione di tutti quei prerequisiti che tutti devono conoscere, devono aver fatto propri in modo automatico, per partire ed elevare il livello. La squadra parte da un piano di gioco e dal controllo di tutte le variabili conosciute, per poi potersi adattare e “prendere in mano” tutte le altre, che nel rugby, come in azienda, davvero sono molte. Il momento tattico, che è il famoso “fare la cosa giusta al momento giusto” per semplificarla, non è un concetto solo rugbystico!

Vi abbiamo voluto presentare questo pezzo, questo strumento per cominciare a riflettere e a concretizzare l’integrazione fra programmazione, piano di gioco e decisione dettata dalle esigenze e le opportunità che emergono dalla situazione, momento tattico. La filosofia del rugby non parla mai di problemi, in ogni situazione, nelle regole che cambiano, in quello che decide l’arbitro, nel movimento di opposizione del tuo avversario……devi vedere opportunità ….e agire per coglierle!

 

Articolo precedentemente pubblicato su: SaperePerFare.it 

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Tempi difficili? Alcune soluzioni di sostanza che provengono dalla filosofia e dalla pratica del rugby.

Pubblicato da riccardopaterni su maggio 19, 2009

Articolo pubblicato su Persone & Conoscenze – Aprile 2009 consultabile a questo link: http://www.sapereperfare.it/fileallegati/tempi_difficili.pdf

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